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martedì 10 gennaio 2012

FIATO CORTO di ELIANA FORCIGNANO’ (LIETOCOLLE). INTERVENTO DI VITO ANTONIO CONTE























In un mondo perfetto nessuno si sognerebbe mai di cercare la perfezione. Non si cerca qualcosa che c’è. Quel che c’è lo si guarda. Lo si ascolta. Lo si contempla. E ancora. Ma molta della vita che scorre su questa Terra perfetta non è. Imperfetto è soprattutto chi la abita. Cosa farne di tanta imperfezione? Oh, molte cose se ne possono fare. Lei ne fa versi. E, competente come pochi, mite come brezza primaverile, dolce come melograna, umile com’è chi percorre la via della conoscenza umana, lei fa versi e supplica perdono alla bianca poesia, lei che mescola parole e colori sulla pura tela di una Musa Aonia ancora da inventare, lei che dell’esistenza cerca di spremerne il violaceo significato. E viola è il colore che avvolge medit azione di capelli nel roseo sguardo di copertina. Ché se non fosse “Fiato Corto” e se “Il colore viola” non fosse già un romanzo di Alice Walker e un film di Steven Spielberg, così avrei titolato questo esordio poetico di Eliana Forcignanò. Dopo le sue fiabe, ecco “Fiato Corto” (per i tipi di Lietocolle, 2011, pagine 62, € 13,00), mondo poetico di Eliana Forcignanò dominato da tutte le sfumature del colore viola, ch’è uno dei colori dello spettro che gli occhi possono vedere. È quello associato alla frequenza più alta e alla lunghezza d’onda più corta. Come dire, riferito al libro in parola, versi che raggiungono vette alte, schermate dal lemma corto del titolo. Il viola, è noto, nasce dall’unione del rosso e del blu e, in quanto tale, è sintesi delle qualità simboliche dei due colori che gli danno vita. E c’è il rosso nelle liri che di Eliana Forcignanò, c’è la passione e la violenta irruenza del rosso. E c’è la trascendenza del blu. I due opposti generano il viola, ch’è temperanza. Così la poesia di Eliana Forcignanò sembra tendere all’unione degli opposti, all’unione (scomodando Jung) di due nature, di corpo e di spirito. Così le parole di Eliana Forcignanò sembrano anelare al viola, a quella che (secondo la visione di Steiner) è la dimensione che va oltre quella fisica, quella propria della natura sfuggente e inafferrabile. Viola che mai diventa crepuscolare (com’è, invece, questo colore per Goethe), ma prossimo alla timidezza della violetta (nascosta tra l’erba), del cui fiore (questi versi) hanno in comune la forma: semplice e essenziale, che evoca la grazia e l’intimo valore dell’estetica. I versi di questo libriccino possiedono grazia in ogni passaggio e bellezza in ogni tema, ché ognuna delle tre sezioni di “Fiato Corto” è un inno all’affermazione della dignità d’essere qui e adesso. Indipendentemente che sullo sfondo delle parole ci sia il passato, con la Musa Emily Dickinson o l’assenza di voce delle donne del padiglione secondo a dettarle, o che ci sia il presente senza suono, del non aver vissuto, delle emozioni triturate, delle dentate disfatte, dei sogni sfatti, della mela acerba offerta all’onore di un dente, della stanca speranza, metabolizzate nell’allegria del canto. E mi sembra di sentire la voce di Whoopi Goldberg (che, guarda caso, fuor di pseudonimo d’arte fa anche Elaine) che –nel film citato sopra- dice: “Io sono povera, sono negra, sono anche brutta, ma buon Dio sono viva!”; sì, leggendo “Fiato Corto” sento la voce di Eliana Forcignanò che dà voce a chi non ce l’ha e grida “sono viva” e nelle avversità sorride e, mi piace pensare, in fine, nel silenzio della luce azzurrognola della sua stanza, ascolta “Miss Celie’s Blues”. Ché è la prima canzone, dato anche il taglio di questo pezzo, che mi viene in mente. Ché questa canzone, come molto blues, è vivere con gioia la tristezza e le difficoltà. Ché l’altra gioia, quella dei giorni belli, avrà un sapore vero!

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