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martedì 29 novembre 2011

DI ME DIRANNO DI LUCA BENASSI (CFR)






















Nelle grandi iconografie tradizionali, riprese dai presepi natalizi, la scena è più o meno quella di un bambinello, quasi sempre sorridente, non certo un neonato ma già con una florida capigliatura e le braccine tese, l’espressione del viso a volte non proprio infantile e sorridente ma piuttosto ieratica, adorato da una madre in preghiera e da un uomo di età indefinita, inginocchiati e piegati su di lui; sullo sfondo un bue e un asino, come sta scritto nei Vangeli.
La scena è edificante ma immobile, astratta, irreale - o forse è la proiezione di una nostalgia collettiva per l’innocenza che viene perduta pian piano nel tempo. Nella vita non accade così e, soprattutto, in quella realtà, descritta dai Vangeli. Non esiste che la puerpera Maria se ne stia tutta beata e serafica dopo i dolori del parto: è una grande ingiustizia verso la sua corporeità, che è dolore – come dicono i testi sacri – lavoro, fatica, fughe, strazio...
La poesia, intensa, di Benassi, sconvolge questi schemi. L’elemento che sovverte quella scenografia tradizionale, con prepotenza, è infatti la fisicità, con la nota insistente del dolore fisico e psichico che, nell’iconografia tradizionale, è totalmente assente. Entra in gioco, in questa sorta di poesia della storia, anche una nota fortissima di de-mistificazione, di presa di distanza da una teologia tutta assorta nei significati trascendentali, dimenticandosi spesso che proprio il corpo è l’unico tramite col divino, tant’è che proprio nell’incarnazione si realizza il principio di ogni teologia (in senso cristiano) e proprio nel parto è il significato primo di ogni eucaristia, perché proprio Maria è la prima sacerdotessa che porta e consacra dentro di sé l’Eucaristia.
Entra in scena anche l’elemento della storia, non tanto come atti o fatti, ma come orizzonte o sce-nografia entro la quale viene collocato il poemetto. È  la storia degli umili, dei semplici, degli ultimi, così che la natività di Cristo, da avvenimento teologico-sacrale, diventa paradigma di ogni natività povera e sconosciuta.

(dalla prefazione di G. Lucini)

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