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mercoledì 24 novembre 2010

Ogni promessa di Andrea Bajani (Einaudi). Intervento di Elisabetta Liguori





















In odor di anniversari e celebrazioni, chiamati a rivedere oggi il senso di quello che fu il valore di un’Italia unita, la lettura dell’ultimo romanzo di Andrea Bajani, pubblicato ancora una volta per Einuadi con titolo evocativo di “Ogni promessa”, non mi pare in fondo un’idea così peregrina. Si tratta di un romanzo assolutamente nuovo per temi, intreccio e letterarietà e per questo non facile da raccontare. Proviamoci ugualmente. Pietro è il suo protagonista: un piccolo uomo inciampato nella vita. Abbandonato dalla moglie alla quale non ha saputo dare un figlio, è descritto come un ragazzo pieno di domande mute. Dotato di carattere docile, permeabile, gentile, si ritrova ad essere unico, silenzioso veicolo per le altrui aspettative, per le storie degli altri. La sua vita è infatti contestualmente attraversata da quella della moglie, da quella della madre e da quella del nonno, che fu vittima della rovinosa campagna di Russia del 42-43, poi rimpatriato da folle e in ultimo internato. Il senso di queste vite, e della storia che le condizionò come un castello di carte scosso da un piccolo gesto iniziale, viene svelato da Pietro attraverso la conoscenza casuale con un personaggio ulteriore: Olmo (reduce anche lui) e da un viaggio, breve ma intenso, tra il mitologico e l’imbranato, sul Don. Il suo non è turismo, la sua è la mappatura di un’intera storia famigliare. È l’antica promessa, tardivamente mantenuta. Una ricostruzione fisico geografica fatta all’incontrario, per ritrovare ciò che non c’è più e finalmente comprenderlo, assumendolo come necessario, sensato. Pietro ricostruisce strade, case, erba, fiumi. Quelli che sono, quelli che erano. Dettagli di luogo, forniti da guide antiche, che lui riconosce nella loro disarmante attualità. Olmo è il vecchio uomo che vive nella casa che fu di Pietro, oggi totalmente modificata; quella in cui lui, da bambino, visse con i suoi famigliari lo straniamento che sempre deriva dall’avere un congiunto in manicomio, dal subirne il desiderio d’amore, dal silenzio, dall’abbandono. Con Olmo si reca “verso” per poi finalmente tornare “da”. Con Olmo, e per Olmo, ricostruisce prima una casa, poi le città, poi la vita, in ultimo la Storia intera. In realtà Olmo viaggia solo con la mente, senza spostarsi dal passato nel quale si è murato. La grazie e la forza di questo romanzo di memorie sta dunque nella capacità ricostruttiva dell’autore, che riesce ad essere fuori e dentro di sé, a partire pur restando. Con assoluta levità, con tenerezza infantile. I frammenti minimi di tante e diverse esistenze sono abilmente riordinati pagina dopo pagina. La ritirata di Russia si mescola ad una storia d'amore, intrecciando l'idea del ricordo a quella della sconfitta. Armadi, lettere, specchi, fotografie, quadri alle pareti, scampoli di conversazioni, lacrime e ogni altra cianfrusaglia. E’ proprio questo il rumore che fa il futuro quando trasloca. Quando miracolosamente si mette in connessione con il passato, attraverso la quotidianità di un cellulare.

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